CronacheSorprese

A wind sprang high in the west
like a wave of unreasonable happiness


@ scrivi @




Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

 
domenica, 29 ottobre 2006
World Trade Center

Una storia minima nella grande cornice dell'11 settembre. Minima, ma vera, dall'inizio alla fine. Non romanzata né drammatizzata. Anzi è lecito supporre che alla ricostruzione del calvario dei due poliziotti, rimasti intrappolati dal crollo della Torre 1 mentre si organizzavano per soccorrere i feriti, manchi ancora molto del dramma reale.
L'Oliver Stone che non ti aspetti: che evita per una volta i grandi affreschi e va al cuore di poche storie singole. C'è da immaginare che l'autore di JFK sia rimasto interdetto di fronte all'eventualità di un affresco dell'attacco alle Twin Towers, e si sia messo subito a cercare qualche punto fermo. Pur da questa scelta di fondo trova il modo di far vedere qualcosa, più che di dire. La disorganizzazione e la tragica inadeguatezza dei primi soccorsi, ad esempio. O il fumo e le polveri che saranno poi oggetto di tante polemiche perché molti non capirono, e qualcuno forse non volle dire, che potevano essere letali quanto i crolli. 
Ma soprattutto la storia minima dei due soccorritori, salvati quando stavano per perdere le forze e la speranza,  giunge a una via d'uscita, in molti sensi. Anche qui parlano i fatti, i numeri snocciolati alla fine del film e la sequenza degli eventi. L'11 settembre del 2001 sono morte nell'attacco alle twin towers 2749 persone. Soltanto 20 sono state estratte vive dalle macerie, a prezzo di fatiche inenarrabili e di altri morti. Il film mostra la determinazione dei soccorritori nel voler salvare, insieme alle vite umane in gioco, un valore che era direttamente oggetto dell'attacco terroristico. Ammazzarsi di fatica, mettere a repentaglio la vita stessa, ma se non fosse stato fatto avrebbero avuto ragione i kamikaze, quelli che negano la loro stessa vita pur di affermare che le vite di migliaia di persone non valgono nulla. Peccato che a questa grande pagina di civiltà abbiano fatto seguito le guerre in Afghanistan e in Iraq, che quel principio hanno di nuovo messo in discussione. Ma questo non si potrà imputare alla squadra della polizia portuale di New York.

Postato da: cronachesorprese a 29/10/2006 23:57 | link | commenti |
lo spettatore indigente

giovedì, 26 ottobre 2006
La sconosciuta

Gli ingredienti per un film di Tornatore

- gli occhi di un bambino
- il sesso come iniziazione alla vita, in positivo o in negativo non importa
- un cattivo vero, senza nessuna sfumatura di umana pietà o debolezza
- il tema dell'esilio e del "nostos", l'ulissesco ritorno a un dove, o a un chi, o a un quando (tornatore, nomen omen)
- il drammone a un certo punto, all'inizio, o alla fine, o in mezzo, o un po' ovunque
- la memoria e il ricordo, i beni più preziosi da conquistare soffrendo, crescendo, imparando, viaggiando... e anche di più (vedi Una pura formalità)

Non è una stroncatura, tutt'altro. Quando torno a Tornatore mi rendo conto di vedere sempre lo stesso tema calato in storie diverse. Ma sono storie interessanti. Tornatore sa raccontare, sa emozionare. E questa volta racconta una realtà difficile, scomoda. Attraverso una storia improbabile, come sempre sono le sue storie, ma esemplare.
Andate a vederlo. Non portate bambini, c'è troppa violenza. E non portate neanche mogli o amiche in gravidanza: non è un film per loro, e non vi dico perché.

Postato da: cronachesorprese a 26/10/2006 18:10 | link | commenti (2) |
lo spettatore indigente

martedì, 24 ottobre 2006
Decido anche per voi

Ieri sono stato alla presentazione del progetto Decidi della Provincia di Genova. Spiego l'idea in due parole, poi ritornerò sui singoli aspetti. La giunta provinciale sottopone al voto diretto dei cittadini che si iscrivono, nei tempi e nei modi stabiliti dal progetto, alcuni capitoli di spesa del bilancio per stabilire il come, più che il cosa. Ad esempio. Si stanziano i fondi per costruire degli asili. Ma in quali zone del territorio provinciale è più urgente e conveniente costruirli? Si dà una rosa di possibilità e si chiede al cittadino di esprimersi.

Attenzione: il parere è vincolante. Non importa se il risultato della consultazione incontra il favore degli assessori, la giunta non potrà eluderlo.
È un esperimento interessante di e-democracy, che sarà tentato non soltanto a Genova ma anche in altre sette province.
In quanto sperimentazione presenta molte incognite. L'entusiasmo di Mario Adinolfi, il blogger che ha partecipato ieri sera alla tavola rotonda di presentazione, è in parte giustificato per la sua storia personale, ma è anche un tantino eccessivo. Io per il momento vedo in queste iniziative soltanto un valore educativo alla partecipazione. Ma il percorso individuato (per la scelta e la presentazione dei casi da sottoporre alla consultazione, il dibattito nei forum, la votazione) potrebbe anche funzionare, rivelarsi davvero utile. Queste iniziative, peraltro, sono una novità in Italia ma non in altri paesi europei.

Io credo nel valore dell'informazione. La corretta informazione è premessa indispensabile per la partecipazione. Il mio dubbio principale è questo: il cittadino partecipante sarà sicuramente stimolato a informarsi meglio di quanto non sia abituato a fare. Ma la scelta originaria può essere condizionata da una discriminante ideologica. I partecipanti dovranno vagliare criticamente, in primo luogo, le scelte e le alternative proposte.

Quindi insomma, ho pensato di iscrivermi. Parteciperò alle fasi di discussione e consultazione, e racconterà su questo blog pregi e difetti, potenzialità e limiti di una iniziativa che, in ogni caso, valuto non demagogica, positiva e coraggiosa.

Postato da: cronachesorprese a 24/10/2006 19:10 | link | commenti (1) |
il viandante digitale

lunedì, 23 ottobre 2006
Analisi del mezzo gaudio

"A casa già ci sono, e sto benissimo". Questa la replica di Prodi alla sparata comiziale di Berlusconi. Ma il giorno prima sempre Prodi aveva detto: "Una finanziaria seria deve scontentare tutti". E allora perché lui è contento? Non ci siamo.  Allora, se a casa sta bene, mandiamolo a Putin.

Postato da: cronachesorprese a 23/10/2006 12:56 | link | commenti |
semiminime

domenica, 22 ottobre 2006
Solo una rete è credibile

A proposito di blog influenti. Massimo Mantellini fa il punto, con la consueta chiarezza, sul peso dei blog nell'informazione. Porta l'esempio della "scoperta" da parte di Wittgenstein, il blog di Luca Sofri, del collegato alla finanziaria che implicava una variazione alla legge sul diritto d'autore che, per il momento, sembra scongiurata proprio a seguito della discussione innescata su Wittgenstein. Ripresa da centinaia di altri blog, ma non solo: rimbalzata abbastanza velocemente sui giornali e su altri media. Soltanto cinque anni fa, osserva Mantellini, la petizione promossa in rete contro un provvedimento sulla stessa materia (e di miopia e pericolosità simili) non ha fatto molta strada. Non c'era l'attenzione che c'è attualmente sui blog e sulla rete in generale: oggi i giornalisti, ma anche i politici, si adeguano e guardano con più considerazione una realtà di cui hanno sempre diffidato. Sarebbe dunque incominciato un processo di accreditamento che in breve potrebbe portare a cambiamenti significativi nel modo di fare e di porgere informazione.
Si potrebbe obiettare che Luca Sofri è un giornalista nato e residente su altri media prima che su internet, ed è quindi più facile per i contenuti veicolati da lui "passare" alla carta o all'etere. Ma che Wittgenstein sia un blog influente nessuno lo metteva in dubbio, e a maggior ragione dopo questo episodio.

Il pericolo, prosegue Mantellini, è "applicare alla rete le gerarchie comunicative alle quali siamo stati fino ad oggi abituati". E porta l'esempio di Bruno Vespa che a un convegno pretendeva di sapere da un blogger quali fossero i cinque blog più importanti. La stessa domanda alla quale immaginavo di non poter rispondere, qualche giorno fa. Sì, è un pericolo, ma è un pericolo relativo. La storia della comunicazione su internet, finora, dimostra ampiamente che gli schemi televisivi applicati al web non funzionano. Tutti i portali generalisti spuntati come funghi intorno al 2000, che si immaginavano di diventare "da grandi" gli ammiragli del web italiano, sono miseramente naufragati o si sono rassegnati ad essere costole della televisione da cui sono nati, come jumpy.it. Non funzionano sulla rete gli schemi della comunicazione monodirezionale, forgiati su un'interattività inesistente o embrionale. Ci sarà sempre, o meglio per molto tempo ancora, il Vespa di turno che cercherà di applicare questo schema, ma è praticamente un riflesso condizionato che non incide sulla realtà, perché è completamente superato dai fatti.

Volendo proseguire il ragionamento di Mantellini, direi che non sono Wittgenstein o altri a essere influenti di per sé, ma è la rete di blogger che si è creata con loro ad esserlo. Un blog da solo non fa nulla. Se i contenuti di alcuni blog passano più facilmente rispetto a cinque anni fa su altri media, è perché le connessioni tra i blog sono diventati salde e meno labili. Un blog, al di là di tutte le definizioni che lasciano il tempo che trovano, è un nodo vivo e personale. Se migliaia di persone tengono in piedi i loro blog per due, tre, quattro anni di seguito, interagendo tra di loro, diventa sempre più difficile far finta che non esistano, o pensare che il tempo e le energie personali investite non siano paragonabili, complessivamente, a quelle necessarie per informare attraverso un giornale o una radio. O che almeno non siano un pezzo di realtà interessante e qualificato da interpellare, per cercare le notizie. In fondo i giornalisti, quando cercano le notizie, non cercano solo archivi di dati ma cercano anche delle persone: cercano le loro opinioni o la loro capacità di essere testimoni. Su internet, e soprattutto sui blog, trovano tutto: dati, persone, opinioni, testimonianze.

Postato da: cronachesorprese a 22/10/2006 23:59 | link | commenti |
forse cercavi

venerdì, 20 ottobre 2006
Beata innocenza

Intervista a Francesco Mondadori, figlio di Leonardo Mondadori, su Anna numero 42:

Poco prima di morire tuo padre, laico da sempre, ha avuto un profondo ripensamento religioso. Ha anche scritto un libro, "Conversione", con Vittorio Messori. Come hai vissuto quel periodo?

Ero un ragazzino, non ne capivo un granché. Mi diceva: "sono stanco di questo mondo del jet set". E io gli rispondevo, preoccupato: "Vuol dire che non andiamo più a new York"?

Postato da: cronachesorprese a 20/10/2006 21:54 | link | commenti (8) |
reading

giovedì, 19 ottobre 2006
"Nell'attuale contesto umano e culturale"

Conferenza stampa, assessore in ritardo. Mi avvicino a un crocchio di giornalisti in attesa e colgo l'ultimo lembo di una conversazione. I corsivi che seguono sono ciò che penso mentre guardo e ascolto, con la faccia più neutra e paciosa possibile, in perfetto Tettamanzi's new line style.

"E insomma, che cristiani e musulmani si scannino tra di loro, così noi laici forse potremo finalmente stare in pace!"
Mi compiaccio. Chi ti ha dato una penna in mano a te, Kappler o Göring?
"Ah, beh, noi laici - ribatte la collega, con una mano occupata da una telecamerina montata su un treppiede - qui in Italia siamo proprio messi male."
Essì, si vede.
"Io sono credente, intendiamoci..."
...ma stavi giusto per convertirti al narcisismo, come dice Woody Allen nell'ultimo film?
"...però per me lo Stato... dev'essere laico!"
Perché mi guardi ammiccante? Io non mi schiodo dalla faccia zen, non ti illudere.
"Non si deve esprimere su fecondazione assistita e cose simili... Insomma, lo Stato non deve aderire a un credo morale!"
Quindi neanche a questa cazzata, mi auguro.
"E insomma, dovrebbe essere così per tutti!"
No, è inutile che continui a guardare dalla mia parte, non annuisco, non sorrido e non ho intenzione di farlo neanche nei prossimi dieci secondi. Dieci secondi, a seconda delle circostanze, possono essere un'eternità. Ti conviene rivolgerti a qualcun altro.
"E invece c'è una soggezione verso la Chiesa che... in questi giorni tutti i giornali e i telegiornali a parlare e a scrivere del convegno di Verona, come se dovesse per forza essere importante anche per la politica italiana!"
Ma non pretenderai neanche che distolga lo sguardo. Non ti dò nessun appoggio, ma non scappo. Lo senti il peso delle parole? Lo senti che non vogliono essere riprodotte a caso, soltanto perché le senti ripetere in giro, ma chiedono una responsabilità personale? Pensaci.
"Son tutti lì, capisci, Prodi, Berlusconi... tutti a pendere dalle labbra del Papa. E allora mi chiedo: siamo in un paese libero, o a sovranità limitata?"
Chiediti piuttosto perché qui non ti si fila neanche di striscio.
"La Chiesa in Italia... ha un potere e un'influenza enormi!"
E meno male. Viste le alternative brillanti...
"E insomma non so, voglio dire... Oh, è arrivato! Assessooreee!"
E la telecamera s'inclina lungo il corridoio dorato, e va a fare il suo laicissimo dovere, con la sua inutile protesi redazionale ben ancorata al treppiede.

Così mi è arrivata, verso l'ora di pranzo, la prima eco stonata del discorso di Ratzie a Verona. Un grande discorso, as usual. Magari se ne riparla fuori dai microfoni.

Postato da: cronachesorprese a 19/10/2006 23:49 | link | commenti (3) |
ratzie stories

mercoledì, 18 ottobre 2006
Gli alieni sono verdi

Pur rimanendo della mia idea riguardo alla pubblicità dai link nel testo, prendo atto che non tutti combinano i disastri di edintorni.
Un servizio che dimostra maggiore esperienza e maggiore rispetto della specificità del web è Intellitxt di Vibrantmedia, che non a caso è scelto da un sito di qualità come Zeusnews.

Anche Intellitxt, che aderisce all'IAB (Interactive advertising bureau), usa la doppia sottolineatura, e l'alt text dedicato allo sponsor. Ma intanto usa un colore verde, quindi non interferisce con gli standard W3C, o meglio non sempre: se al messaggio pubblicitario si sovrappone un link inserito dal redattore, vince il blu standard dei collegamenti ipertestuali. E questo sembrerebbe un problema da risolvere, almeno dal mio punto di vista. Altro elemento positivo è che si evita la ridondanza del messaggio nella barra destra.
Ma soprattutto la scelta di collegare determinate parole o frasi a un approfondimento pubblicitario appare sempre abbastanza pertinente all'argomento trattato nel testo. Forse, più che la tecnologia, aiuta il fatto che la pubblicità veicolata da Zeusnews è già in partenza abbastanza specialistica. Mi riservo quindi ulteriori considerazioni, anche di segno opposto, qualora dovessi verificare un comportamento diverso della stessa tecnologia su un altro sito.

Insomma, l'interferenza con il contenuto è quasi limitata a un piccolo fastidio. Intellitxt proclama però il totale automatismo del servizio e non dà dunque possibilità di correggere manualmente ai sottoscrittori eventuali forzature dell'associazione keyword - advertising, e questo può essere un limite.

Postato da: cronachesorprese a 18/10/2006 19:03 | link | commenti |
forse cercavi

martedì, 17 ottobre 2006
Trova l'aggettivo

Quando ho qualificato con un certo aggettivo l'aggressione alla Moratti e a suo padre in occasione del oorteo del 25 aprile ho ricevuto delle critiche. Non nei commenti, ma a voce, e anche indiretti: le cose che si dicono o si scrivono alludendo, con ironia malcelata, a qualcosa, come se l'enormità l'avessi detta o fatta io.
Beh, ma allora questo episodio come lo vogliamo qualificare? Trovino i miei critici l'aggettivo adatto. Per me, se ha ancora senso usare quella parola, va usata proprio in occasioni come questa.

Postato da: cronachesorprese a 17/10/2006 18:00 | link | commenti |
chiedici le parole

lunedì, 16 ottobre 2006
La popolare apparenza del caso

Chiamato in causa da Tambu in modo del tutto inopinato ma, devo dire, gratificante, dico la mia sulla questione "influente - popolare". Un blog può essere popolare ma non influente, dice Tambu: altro è poter vantare petabyte di banda occupata dagli accessi contemporanei, altro è occupare altrettanta banda neuronale (e perché no, passionale) dei navigatori.

Credo che Tambu abbia ragione e che sia un errore tentare di assimilare la rilevanza, problema tipico di un motore di ricerca che deve presentare contenuti il più vicino possibile alla richiesta dell'utente, con la capacità attrattiva, problema tipico di un servizio web, sia un sito, un blog o altro. Sono due grandezze affatto diverse, e mi sembra una forzatura usare il criterio guida che definisce la metrica di una come valido anche per l'altra. Il ragionamento di Google è: se un sito ha tanti link in entrata vuol dire che è tenuto molto in considerazione dai navigatori, vuol dire che è autorevole o che in qualche modo risponde a un loro bisogno meglio di altri. La link popularity secondo Google non è altro che questo: è un dato di fatto indiscutibile, che nulla dice sulla rappresentatività della risorsa web in senso lato. Le classifiche di Technorati e di altri, invece, tendono a conferire un valore sociologico ai risultati della loro attività di ranking, ma il criterio ispiratore è lo stesso che usa google, magari con qualche aggiustamento. Ma allora non ha senso parlare di influenza. Perché se ne parla? Perché, presentando i blog prevalentemente opinioni e weltanschauung, si ritiene doveroso indicare i nodi più frequentati al navigatore medio, che si presuppone disorientato dalla coralità poco sinfonica della blogosfera, dal pullulare di proposte e punti di vista di una varietà quasi allucinogena.

Ma è davvero utile? Davvero è l'approccio più interessante a questo universo? Non lo so. Ci devo pensare, ma a naso risponderei di no. Non so se rientro nella media, ma non penso alla blogosfera come a un insieme di antenne tra le quali dovrei individuare la raiuno o la canalecinque della situazione. Certo, ci sono dei blog che leggo più volentieri e che considero molto autorevoli. Ma ci sono arrivato un po' per caso un po' seguendo amicizie e suggestioni del tutto personali, e se mi chiedessero quali sono i cinque o sei blog che ritengo più autorevoli degli altri, so che non potrei formulare una risposta soddisfacente. La blogosfera è un prisma, un aleph, e mi interessa per questo, per la possibilità di creare miriadi di combinazioni e percorsi diversi, come nella vita reale. Sono abbastanza convinto che, come nella vita reale, la popolarità e l'influenza di un blogger, in senso sociologico e non tecnico, sia in gran parte casuale. O abbia almeno quell'affascinante apparenza di caso che non vorrei mai mettere tra parentesi, come non vorrei farlo per un incontro pieno di significato.

Postato da: cronachesorprese a 16/10/2006 23:31 | link | commenti (3) |
forse cercavi

domenica, 15 ottobre 2006
Chiamale se vuoi emozioni

A quelli che fanno i servizi delle partite a Controcampo ultimo minuto, che leggono il commento usando i cambi di intonazione come se fossero in diretta: quanto volete per smettere? È una cosa davvero fastidiosa, come il gesso sulla lavagna.

Postato da: cronachesorprese a 15/10/2006 22:11 | link | commenti (5) |
semiminime

giovedì, 12 ottobre 2006
TFR = Trovare Fondi Rapidamente?

Come tutti sappiamo, di denaro non virtuale ne rimane poco in circolazione. Non so per gli altri con reddito paragonabile al mio, ma per me da qualche anno l'unico metodo efficace di accantonamento a lungo termine è il mutuo casa. Dal 1999 non sono riuscito a risparmiare in nessun altro modo, dal 2002 poi non ne parliamo. Le credit card sono ormai debit card e quasi tutte le spese che non riguardano la pura sopravvivenza si risolvono con finanziamenti di diversa entità e durata. Di denaro vero, almeno personalmente, ne maneggio poco.
A breve, però, dovrei ricevere una liquidazione che corrisponde a un accantonamento del mio Tfr di quasi sei anni, poiché dall'inizio di questo mese ho cambiato azienda. Non sarà molto, ma mi permetterà di tappullare, come si dice a Genova: cioé di mettere una pezza a diversi problemi la cui soluzione, negli ultimi tempi, ho dovuto rimandare.
Da pezzentissima ultima ruota del carro della popolazione cosiddetta produttiva, è per me motivo di grande stupore constatare che anche lo Stato sta ragionando più o meno allo stesso modo. Ho bisogno di liquidità per qualche tappullo ai conti, vado a prenderla in uno dei pochi posti dove si trova denaro vero, i tfr dei lavoratori. Con una piccola differenza: che è, appunto, dei lavoratori e non dello Stato. E, usando quei fondi, lo Stato non diminuisce il suo debito, lo aumenta. Con il risultato, che mi sembra disastroso in prospettiva, di degradare una riserva di denaro contante e sonante a una delle tante pietre filosofali con cui il mondo della finanza ammorba i conti e le tasche dei produttori e percettori di reddito. La riserva diventa pegno, pagherò, corrisponderò interessi, e via di seguito. Come lavoratore non mi basta la garanzia di ricevere comunque la liquidazione. Perché se passerà questa norma della finanziaria la mia azienda, quando andrò in pensione, sarà costretta ad anticipare i soldi per pagare la mia liquidazione: poi lo Stato li restituirà all'azienda.

Io capisco una semimazza di economia e non sono in grado di valutare se le spiegazioni che ha dato il ministro Padoa Schioppa a Confindustria siano sufficienti: confesso la mia ignoranza, se qualcuno è in grado di spiegarmi cosa significano le seguenti parole prese dall'intervista al ministro su Repubblica di oggi avrà la mia riconoscenza, una stretta di mano, insomma una gratificazione squisitamente morale perché ancora sto un po' sulle spese: "La norma sul passaggio del 50% del tfr inoptato al fondo gestito dall'Inps riguarda solo il flusso, e ho sottolineato più volte la parola flusso, e non lo stock. Le imprese non subiranno aggravi di costo, ma semmai otterranno vantaggi. Per le più grandi, a fronte dei maggiori tassi pagati sui prestiti bancari rispetto alla remunerazione del tfr, lo Stato rimborserà differenziali superiori, e per le più piccole siamo pronti ad esaminare gli eventuali problemi di liquidità insieme al sistema bancario che già si è detto disponibile. Dunque, dov'è il problema?"

Non lo so dove sta il problema tecnico. Presumo però di sapere dove sta il problema di un'impostazione di politica economica che dalle esternazioni del ministro di questi giorni sembra fin troppo chiara. Padoa Schioppa, prima di cominciare a spiegare in un modo che solo i tecnici o almeno i ragionieri possono capire (e io sono un povero umanista, come tanti), ha sparato due o tre cannonate che invece capiscono tutti.
Prima, in parlamento: "non capisco che cos'hanno i ricchi da lamentarsi", più o meno testuale (per inciso, la settimana scorsa mi è capitato di raccontarlo a un gruppo di turisti americani di una certa età e di ottimo livello di istruzione, suscitando l'ilarità generale).
Poi ha detto che se le aziende fanno i capricci per il tfr vanno a finire a letto senza cena, più precisamente senza il taglio del cuneo fiscale.
Poi ha detto che le aziende devono ricordarsi che il tfr è soltanto prestato alle aziende e a ottime condizioni, ma che in realtà appartiene ai lavoratori.
Appunto. Questa idea che il tfr sarebbe per le aziende grasso che cola, mentre per lo stato sarebbe linfa vitale; e soprattutto questa strana equazione tra ciò che appartiene ai lavoratori e ciò che è a disposizione dello Stato, vi dirò, non è che mi fa stare tranquillo.  Allo stesso modo non mi piace che si dica alle aziende: "voi avete meno titolarità dello Stato a gestire risorse create direttamente dalla vostra attività produttiva". Senza arrivare agli eccessi berlusconiani, che non condivido, per me questa è una spia di una mentalità vagamente statalista (e posso anch'io sottolineare più volte la parola statalista). La riforma del ministro Maroni era su questo punto sostanzialmente diversa, e metteva di fatto in primo piano la scelta del lavoratore sulla destinazione del tfr.
Se posso scegliere, piuttosto che buttare i miei accantonamenti nella voragine dell'Inps preferirei farli gestire dalla mia azienda, che per quanto non sia un paradiso bene o male fa qualcosa di concreto per me, come tutte le aziende per tutti i lavoratori. Cosa potrà fare l'Inps di concreto per me e per i miei coetanei, francamente, non lo so.

Postato da: cronachesorprese a 12/10/2006 23:13 | link | commenti (2) |
market mysteria

mercoledì, 11 ottobre 2006
Google docs, porte aperte al net computer

Dieci anni fa chi voleva guardare avanti parlava volentieri di net computer, ovvero di un computer sempre più leggero ed economico, con pochissimi applicativi, che usasse spazio disco e programmi disponibili sulla rete e li condividesse con altri utenti. Una riduzione (o se si vuole una utile banalizzazione destinata alla generalità degli utenti) dell'idea del network computing. Secondo questo modello il NC avrebbe dovuto soppiantare il PC.
Ora è arrivato google docs, tassello fondamentale della strategia di espansione del motore di ricerca più usato al mondo: strategia che sembra sempre di più ispirata all'idea del net computer. Se è cambiato il mezzo (preferire le acquisizioni agli sviluppi fatti in casa, ma solo parzialmente) non è cambiato il fine. La novità, rispetto a dieci anni fa, è che nessuno sente più il bisogno di soppiantare il PC, se non per eliminare il problema delle costose licenze dei programmi più usati, le suite di office, quelle di cui nessuno può fare a meno. Un pc sempre più potente, in realtà, va benissimo per condividere lavoro e applicativi sulla rete. La potenza di calcolo è cresciuta, i prezzi sono calati. Ma il NC è un traguardo ancora nitido e promettente, e google è il suo più deciso sostenitore.
Quindi insomma, niente male: non ho più bisogno di word per creare un documento word e di excel per creare un documento excel,  perché il lavoro su google docs lo posso salvare anche in quei formati. E non ho bisogno neanche di una suite analoga a office che salvi i documenti nei formati microsoft (quindi le suite per i Mac, oppure openoffice). Sì, è vero che per i documenti di testo potevo già farlo con writely, ma quanti lo usavano prima che l'acquisisse google? Nel momento in cui scelgo un programma o un servizio web è fondamentale, per me, sapere che lo usa un gran numero di utenti: significa che posso condividere meglio il mio lavoro, parlare un linguaggio comune con tanti, preferibilimente con tutti o quasi. Se poi, come nel caso di google docs, la condivisione dei documenti è una delle caratteristiche fondamentali, ancora meglio. Posso creare un documento e un foglio di calcolo e assegnarlo a un gruppo di lavoro, in lettura o in modifica. Tutto su internet. Con strumenti semplici e potenti.

Postato da: cronachesorprese a 11/10/2006 20:22 | link | commenti (1) |
forse cercavi

lunedì, 09 ottobre 2006
La parte visibile del vero

Se per me c'è una casa in cielo, davanti ad essa dev'esserci un lampione tinto di verde e una cassetta postale rossa.
Dio mi ha ordinato di amare e servire un determinato luogo. E mi ha fatto fare, in suo onore, una quantità di cose anche bizzarre, perché questo luogo potesse servirmi a testimoniare, contro ogni infinito e ogni sofisma, che il paradiso è in un determinato luogo e non dappertutto, è qualcosa di preciso e non già qualsiasi cosa.

G.K.Chesterton, Manalive

Don't you give me no Buick
Son, you must take my word
If there's a God in heaven
He's got a Silver Thunderbird
You can keep your Eldorado's
And the foreign car's absurd
Me, I wanna go down
In a Silver Thunderbird

    Marc Cohn, Silver Thunderbird                          

Postato da: cronachesorprese a 09/10/2006 22:06 | link | commenti |
reading

venerdì, 06 ottobre 2006
Thank you for smoking

Se fossi un dietrologo stressato permanente, seguirei con voluttà il cattivo pensiero che mi è venuto guardando Thank you for smoking: è un film finanziato dalla Big Tobacco. Il Nick Nailor ben interpretato da Aaron Eckhart, il lobbista che dice al figlio "io di mestiere faccio il lobbista", che vola a Hollywood per convincere i produttori a riprendere nei cinema lo stereotipo del fumatore vincente dei bei tempi, potrebbe in realtà rivelare in filigrana la storia della nascita di se stesso, del personaggio Nick Nailor.
Un cattivo e divertente pensiero. Potrebbe essere divertente e potrebbe essere ben costruito, sul filo dell'ironia e con gli strumenti dello spirito critico, proprio come il film. A chi non riesce simpatico quel bastardo di Nick Nailor? Chi non ride del suo cinismo, della sua abilità a mettere nel sacco i suoi avversari nei talk show? Chi non parteggia per lui quando suo figlio, guardandolo adorante ma consapevole, lo difende contro tutti nel momento della disgrazia e lo sprona a tornare a dare battaglia? O quando la giornalista carina e rampante lo "fotte", in tutti i sensi, sputtanandolo in prima pagina?
C'è un momento in cui non si può non stare dalla sua parte, almeno io non posso evitarlo: quando dice davanti alla commissione d'inchiesta del Senato, che deve decidere se mettere un'orrida immagine con teschio e tibie sui pacchetti di sigarette, una sacrosanta verità. Perché le famiglie vogliono delegare agli altri il compito di educazione allo spirito critico, alla scelta consapevole, che solo loro possono svolgere? Che nel film sia detto con ironia o meno, è sacrosanto.
Insomma, Thank you for smoking potrebbe essere finanziato dal budget che, sempre secondo Nick Nailor, la Big Tobacco avrebbe stanziato "per convincere gli adolescenti americani a non fumare". Ehehe. Il film convince che la Big Tobacco è in mano a criminali bastardi. "Ce lo diciamo noi, con l'ironia e lo charme di un film in punta di fioretto, prima che arrivi quel grassone di Michael Moore a dipingerci in
tinte di fosco verismo, spacciando per realtà nuda e cruda un suo personalissimo punto di vista. No, noi siamo la Big Tobacco, siamo ricchi e belli ma siamo uomini come gli altri, divorziati con figli, adoriamo il nostro lavoro e ci sbattiamo da mane a sera per pagare il mutuo": che è una battuta ricorrente del film. Troppo ricorrente per non essere sospetta, agli occhi di uno stressato dietrologo. 
Che drizza le orecchie fin dalla sigla: bellissima, costruita graficamente sulle linee decise ed eleganti dei pacchetti di sigarette. Senza i teschi e le tibie, ma anche senza le scritte nere e minacciose che sui pacchetti ci sono davvero. Uhm...

Ma, dato che il film è bello, divertente, intelligente e ben interpretato, questo post non sarà scritto per convincervi che i dietrologi stressati permanenti sono un po' paranoici?

Postato da: cronachesorprese a 06/10/2006 09:31 | link | commenti (1) |
lo spettatore indigente

giovedì, 05 ottobre 2006
Nessuno tocchi i veri ignoranti

Mi inserisco anch'io nel dibattito nazionale sulla Pupa e il secchione. Giusto un momento, alla chetichella, butto lì una cosa a cui tengo poi me ne vado, richiudo la porta e lascio sociologi, psicologi, ommini de curtura e impiegati alla macchinetta del caffé ad azzuffarsi.
A cosa tengo? Agli ignoranti. Quelli veri. L'ignoranza, l'ammissione di ignoranza, è una risorsa dell'intelligenza. Se devo pensare a tutte le circostanze della mia vita in cui ho tratto del bene e del nuovo sapere dalla consapevolezza della mia ignoranza, non finisco più. Parlo dell'ignoranza  ravvisata in me e negli altri, come debolezza umana che merita solidarietà non saccente.
Io, che so di essere ignorante in tante cose, e soffro per tante cose che non so e che vorrei sapere, non sopporto di veder ridicolizzata l'ignoranza. Una sedicente sosia di Paris Hilton, di cui avrei volentieri ignorato l'esistenza, che non riconosce le fotografie degli uomini più noti del secolo scorso, non sa quante stelle ci sono nel sistema solare e vuole anche avere ragione, non è ignorante.
Possono esserci tante spiegazioni, ne butto giù alcune, scegliete voi quella che vi piace di più:

- presa per il culo, lo facciamo per lo spettacolo
- disturbo cognitivo
- bizzarro orgoglio di classe: io so' pupa, non mi occupo di queste cose
- pigrizia

Io propendo per un misto di tutte e quattro e richiamo l'attenzione soprattutto sulla numero tre. Che spiega tante cose. Se una non completa la frase "Camillo Benso Conte di Ca...", anche dopo reiterati aiutini e spiegazioni, non è perché non riesce, è perché non vuole. Perché si vergogna. Io, pupa, dovrei far vedere in diretta nazionale che detengo queste nozioni da sfigati? Perché poi si tratta della pura nozione, che come è noto non ha molto a che fare con il sapere o il non sapere. Posso non sapere nulla o quasi nulla di Cavour (e questa sarebbe la vera, sana, rispettabilissima ignoranza) , ma non posso non avere nella testa il suo nome che suona. Questa è un'osservazione che hanno fatto in molti, io la spiego anche così: un bizzarro orgoglio di classe, perverso e paradossale.

Avete altre concause da indicare, oltre a queste quattro? Ditemi. Ma lasciate stare la vera, santa ignoranza.

Postato da: cronachesorprese a 05/10/2006 14:44 | link | commenti (3) |
chiedici le parole

lunedì, 02 ottobre 2006
Olé

Una vera miniera per i testi delle canzoni in lingua spagnola:
lacuerda.net
La cosa divertente è che comprende le traduzioni in spagnolo di alcune canzoni italiane, non tutte a dire il vero indimenticabili, ad esempio Mister Mandarino dei Matia Bazar.

Postato da: cronachesorprese a 02/10/2006 23:50 | link | commenti (3) |
spider report

domenica, 01 ottobre 2006
Black Dahlia

Fare un film su un libro di Ellroy credo che sia molto facile e molto difficile. Molto facile perché Ellroy è un costruttore di dialoghi di grande abilità: dialoghi fatti di battute brevi e fulminanti che incollano il lettore alla pagina, con dentro azione, psicologia, invenzioni verbali, insomma tutto quello che serve a una buona sceneggiatura. Molto difficile perché le trame sono intricate e aspirano a seguire  la stessa vicenda da decine di punti di vista diversi, a rendere conto di quella complessità in cui si imbatte un investigatore che tenta di dipanare una matassa. Ellroy ama scrivere da investigatore storie di investigatori per elaborare il suo trauma personale (sua madre è stata uccisa quando lui era bambino).
Non è facile scegliere il punto di vista giusto per raccontare la storia. Nel film non è resa benissimo, a mio parere, l'ossessione per la Dalia dell'agente Lee Blanchard. C'è solo come ingrediente tra i tanti, non ha la centralità che ha nel libro. Ed è un'occasione persa perché, a giudicare da tutto quello che si trova in rete, questa donna realmente vissuta e realmente uccisa nel modo descritto da Ellroy ha continuato a ossessionare molti, per sessant'anni: raccontare bene l'ossessione di Blanchard poteva valere come paradigma.
Brava la Johansson; bravissima, nel poco spazio che le viene concesso, Mia Kirschner. Gli interpreti maschili fanno il loro, ma questa è una storia su una donna e su altre donne che le girano intorno: gli uomini si muovono di conseguenza. Una donna che nella sua debolezza e fragilità fa succedere tante cose. Lei è una nullità, è una comparsa che spera di sfondare a Hollywood e si muove in un sottobosco di personaggi mediocri, ma viene desiderata e odiata con impeto e rabbia titanici; invidiata al punto da evocare abissi di abiezione e malvagità. Non lascia indifferenti, e non lascera mai più indifferente nessuno: la Dalia muove qualcosa di profondo. Forse è una tragedia alla Marylin ante litteram, forse Elizabeth Short è morta dello stesso male oscuro di cui è morta la Monroe, il suo opposto solo per il successo e per il colore dei capelli: ma, ai tempi in cui Elizabeth Short moriva, Norma Jean forse non gravitava tanto lontano da lei. Il lato oscuro di Hollywoodland ha inghiottito entrambe, secondo tempi e modi diversi.  

Postato da: cronachesorprese a 01/10/2006 23:57 | link | commenti (3) |
lo spettatore indigente