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Il mondo si divide oggi tra chi pensa che Ratzie abbia chiesto scusa a sufficienza e chi pensa che dovrebbe fare di più. Poi c'è una sparuta minoranza (nella quale mi riconosco) che sta constatando, con un po' di apprensione, che il dogma dell'infallibilità si è ormai trasferito dal Pontefice ai giornalisti (e solo a certi giornalisti, inutile sottolinearlo) nell'esercizio delle loro funzioni. Apprendiamo che un testo di agenzia scritto con i piedi, forse in dieci secondi netti, forse da un inviato annoiato dalla dotta dissertazione a Regensburg, è da considerarsi più autorevole in teologia di un Papa che incidentalmente è anche un teologo con i controcazzi. Apprendiamo che è proprio il Papa a dover chiedere scusa (ma di cosa?), e non un giornalista che ha fatto male il suo lavoro. L'odierna casta degli scribi (che è formata solo da un'elettissima parte di quelli che si chiamano giornalisti, praticamente una specie di collegio cardinalizio) coltiva un mito pericolosissimo e stantìo, che i testi sacri chiamano il "senso della notizia". In base a questa falsa e perniciosa credenza, un inviato può considerarsi esente dal capire dove si trova, cosa sta succedendo, di quale fatto è testimone, qual è il contesto. Provvederanno le sue infallibili antenne ad attivare l'Intelletto Agente sovrapersonale della sua casta nel momento dell'epifania della Notizia, destandolo dal suo torpore e trasformandolo nel terminale ultimo della grande macchina dell'Informazione mondiale. Che è tarata sul minimo sindacale di verosimiglianza e sul massimo di sensazionalismo.
Non ha importanza dunque che chi ha riportato la citazione utilizzata da Ratzinger abbia fatto un pessimo lavoro. Purtroppo, nel momento in cui viene ripresa da tutti i media di tutto il mondo e comincia a produrre gli effetti abbastanza ovvi di fraintendimenti e strumentalizzazioni interessate dei fraintendimenti, l'errata interpretazione si sostituisce al fatto di cui doveva essere testimonianza. E non si finisce più. Perché anche l'Angelus di ieri, in cui il Papa ha detto, in sostanza, che chi ha riportato quella citazione non ha capito nulla e ha fatto un pessimo servizio alla verità e al dialogo interreligioso che mai come in questo momento è essenziale per la pacifica convivenza, viene misurato dalla stessa casta secondo il grado di "scuse". Quanto ha chiesto scusa il Papa? Lo ha fatto davvero, lo ha fatto a sufficienza, ha "rimediato"? Un criterio ancora una volta distorsivo, imposto dal diktat del New York Times, che ha deciso unilateralmente, direi ex cathedra, che le scuse erano doverose. E invece Ratzie non ha chiesto scusa, e sarebbe stato assurdo che lo facesse. Ha detto una specie di eccheccazzo, state un pochino più attenti quando parlo, se proprio ne volete scrivere qualcosa.
Sarebbe curioso sapere quale è stata la posizione dello stesso New York Times all'epoca delle vignette su Maometto. Non ricordo, ma ricordo bene che molti altri giornali, europei e nordamericani, si sono giustamente indignati perché le reazioni a quelle vignette erano un attentato alla libertà di stampa e di espressione. In questa circostanza, invece, sono pochissimi quelli che dicono chiaramente che è uno scandaloso attentato alla libertà di espressione imporre al Papa le scuse per il contenuto di una lezione accademica. L'Università non è il luogo in cui si forma e si custodisce il libero pensiero e la libera controversia? Ratzinger è anche un professore. Non è libero un professore di fare tutti gli esempi che vuole nelle sue lezioni? Possibile che nessuno veda e sottolinei quale pericolo per la libertà di tutti consegue dall'imporgli una rettifica?
