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A wind sprang high in the west
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giovedì, 02 novembre 2006
Novecento il giovane

Gli standard jazz sono sempre nuovi. Non evergreen, che è un concetto contaminato di sterile nostalgia. Sono sempre nuovi e sempre loro, e sono dentro ognuno di noi, anche se non tutti saprebbero associarli a un titolo, a un periodo, a un compositore o a un esecutore. Sono temi, o semplici riff e moduli che fanno vibrare qualcosa di essenziale, per chi ha vissuto un po' di novecento. Stupisce, e di uno stupore buono ed edificante, sentirli enunciare con limpida autorevolezza da un ragazzino siciliano, Francesco Cafiso, faccia buona da periferia, che del Novecento ha visto appena uno scorcio, e da bambino. Classe 1989, gira il mondo da solista già da quasi tre anni, entusiasmando jazzisti, critici e appassionati di ogni latitudine.

Stupisce non tanto la confidenza tecnica con lo strumento (un sax alto suonato con grande gusto e disinvoltura, fatto soffiare e barrire come solo un grande sa fare), quanto la smaliziata reinterpretazione dei brani, l'audacia degli arrangiamenti pur nei canoni di una classicità senza travisamenti sperimentali. Ci metto tre strofe a individuare (credo...) My one and only love, e mi rimane l'ultima per gustare la sapienza del fraseggio che gira intorno al tema, con l'aria scanzonata di un figliolo un po' birbone che rispetta il nonno ma intanto scherza con lui e si diverte.
I tre del suo quartetto, con il molto opportuno inserimento di Fabrizio Bosso alla tromba (altro ex enfant prodige), sono tutt'altro che comprimari. Riccardo Arrighini è un pianista delizioso e vulcanico, Stefano Bagnoli un batterista raffinatissimo, sempre discreto e con un repertorio di effetti e variazioni infinito: sembra quasi che cambi soluzione ritmica ad ogni battuta. Aldo Zunino è una vecchia volpe del contrabbasso. Tutti insieme fanno festa, alla fine, con un interminabile Mack the Knife, mentre nell'unico ma preziosissimo bis Cafiso e Bosso prendono tutti in contropiede e fanno arrivare le note inconfondibili di Caravan dal fondo del teatro, che all'inizio proprio non si capisce dove sono. Una donna davanti a me, quando realizza, si gira e sghignazzando soddisfatta grida: "Maledetti!", mentre la carovana un po' alla Bregovic del duo si snoda tra le poltrone stupefatte.

La musica, quando scaturisce con questa naturalezza, è il fenomeno più vicino alla grazia e al miracolo. Mi viene in mente il pianista chiamato Novecento dell'omonimo libretto di Baricco. Guardando i tanti coetanei di Cafiso in sala, penso e per un attimo oso sperare che potrebbe essere un miracolo così a  salvarci dal divismo narciso e stupido di certi modelli televisivi, o dal nuovismo disincarnato senza memoria. Non sarà ancora la salvezza definitiva, ma potrebbe aiutare.
  

La Spezia, Teatro Civico, 31 ottobre 2006

Postato da: cronachesorprese a 02/11/2006 01:13 | link | commenti (6) |
le specie musicali

martedì, 11 luglio 2006
Playing different tunes

Provo a scrivere una cosa io su Syd Barrett prima di leggere tutte le commemorazioni che alluvioneranno rete e televisioni tra stasera e domani. Anche se non sarà niente di originale, voglio provare a scriverla così come mi viene.

Vittime degli eccessi del rock, psichedelici e non, dalla fine degli anni 60 ce ne sono state tante. Ma Barrett Ha pagato molto caro, più che la propensione generazionale allo "sballo", il suo istinto di innovatore. La sua voglia di svecchiamento. La sua passione. L'ha pagata più di uno come Jimi Hendrix, che ha avuto il "privilegio" di una morte gloriosa sul palco e l'immediata trasfigurazione nella leggenda. O di Jim Morrison. Il privilegio e la condanna di Syd, è stranoto, convergono in una sorta di coincidentia oppositorum, nell'essere stato Dark side per tutta la storia dei Pink Floyd. Sempre citato, sempre presente nelle dediche più pesanti e significative. Ma ormai in un'altra dimensione. Non leggendaria. Syd ha rappresentato la quotidianità di una sconfitta e di una debolezza insuperabile e per niente gloriosa, a lato di un mondo artistico che ha sempre preferito rappresentare la morte come annientamento e distruzione apocalittica. O come rivendicazione sociopolitica, al massimo: pur sempre un grande e spettacolare incendio. Non avrebbero dovuto esserci parole per una vicenda di scivolamento progressivo dall'opulenza immaginativa all'impotenza creativa come quella di Syd, non avrebbero dovuto esserci motivi e occasioni per storie così nella musica che lui stesso aveva contribuito a lanciare in orbita e nel confronto con la società e con la storia. E invece il caso Barrett costrinse a trovarle, forse per la prima volta.

Così la mancanza di Syd si canta e si celebra da più di trent'anni, immortalata in quel monumento sonoro che è whish you were here, e voglio vedere che parole potrà generare ancora. Syd è uno di quelli la cui vita era per tutti la percezione della sua lontananza. Come è possibile che possa mancare, da oggi, più di così?

Postato da: cronachesorprese a 11/07/2006 19:28 | link | commenti (5) |
le specie musicali

lunedì, 19 dicembre 2005
Consumare la musica

Se c'è una cosa che proprio non perdono a quella macelleria del canto che chiamano karaoke è il suggerire che più canti uguale all'originale e meglio è. Il bello della musica popolare, facile o difficile, commerciale o ricercata (perché anche la musica ricercata può essere popolare, a mio parere) è il prestarsi alle interpretazioni. E' lo spirito della cover. Un brano ha successo finché a qualcuno viene voglia di farne una cover. Qualche anno fa per gioco mi sono messo a cercare con Winmx tutte le interpretazioni possibili di Summertime. Ne ho tirate giù circa 150, diversissime tra loro, quasi tutte molto interessanti. Summertime è un caso particolare, è uno standard ma è stato tradotto in tutti i generi nello spirito della cover, appunto, più che dello standard jazz.
Ad ogni modo il vero valore di un brano si misura su quante cover può vantare senza snaturarsi. O meglio anche snaturandosi dal punto di vista musicale, ma senza perdere una certa sua riconoscibilità. Il numero di cover dà una specie di link popularity di un brano.

Chi vuole divertirsi vada a sfruculiare in questa miniera.

Postato da: cronachesorprese a 19/12/2005 23:39 | link | commenti (7) |
le specie musicali

venerdì, 03 giugno 2005
Il refrain più bello della canzone italiana

piri piri pirippiri piri piri pirippiri piri piri pirippiri piri piriii, pi...enzo jannacci compie oggi 70 anni
piri piri pirippiri piri piri pirippiri piri piri pirippiri piri piriii, pi...


Giovanni telegrafista era la canzone che faceva da b-side nel 45 giri della ben più famosa e celebrata Vengo anch'io, no tu no. La mettevo nel mangiadischi di plastica verde. Sentivo il fruscio della puntina. Poi quella voce piena, squillante e al tempo stesso malinconica, introduceva un bambino di sei anni alla complessità del mondo senza turbarlo, perché gli suggeriva che tristezza e ironia, purezza di cuore e consapevolezza critica, eccentricità e concretezza possono stare nella stessa persona senza renderla schizofrenica, annichilirne l'umanità, toglierle il sorriso.

70 anni senza andare fuori tempo. Auguri, Enzo.

Postato da: cronachesorprese a 03/06/2005 21:18 | link | commenti (4) |
le specie musicali

martedì, 24 maggio 2005
Questioni di faileeing

Tambu smista la palla verso la mia fascia, accorro da destra e crosso verso il centro.

Peso dei file musicali su HD e CD

5,36 gb su partizione interna e diversi mega distribuiti in CD non facilmente quantificabili. Genere prevalente: buona musica (secondo la ben nota definizione di Duke Ellington: non esistono i generi musicali, esiste la buona e la cattiva musica). A parte l'immancabile polemica contro il genere musicale, una delle manifestazioni più perniciose del mio peggior nemico (il genere), si può affermare con buona approssimazione che i miei file musicali sono prevalentemente di jazz, blues, rhytm'n blues, rock 70 e 80, folk americano, cantautori italiani.

L'ultimo CD che ho comprato

Il CD di Tatiana, la cantante russa che ogni tanto si esibisce nei vicoli :-)

Canzone che sto ascoltando ora

Helplessly hoping di Crosby, Still & Nash

Cinque canzoni che ascolto spesso

Walking in Memphis - Marc Cohn
Alle prese con una verde milonga - Paolo Conte
Little wing - Jimi Hendrix
American pie - Don Mc Lean
A sort of homecoming - U2

Cinque a cui passo il testimone

tre per il momento, gli altri me li hanno già fregati tutti:
Squilibri precari (la prima delle tre, a seconda del tempo che fa...)
Kitterlegnosky
El Secretango

Postato da: cronachesorprese a 24/05/2005 23:17 | link | commenti (2) |
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lunedì, 04 aprile 2005
Quella cosa in California

Country Joe McDonaldPrima o poi ci voglio andare, in California. La California che mi piacerebbe vedere è quella del mio amico F. che si è stabilito a San Francisco ormai da qualche anno, ma anche quella che era il luogo d'elezione dei raduni hippies degli anni '60 e '70. Vorrei vedere, vorrei capire perché quella corrente di svecchiamento che ha percorso il mondo intero in quegli anni è partita proprio da lì.
Io non è che sia un grande ammiratore del '68 come categoria dello spirito, capiamoci. Prendo atto che i "giovani" prima non esistevano, non avevano diritto di cittadinanza: si passava dall'essere bambini e figli e studenti all'essere adulti e genitori e insegnanti, senza niente in mezzo.
E non andava bene. Ma neanche è andata bene negli anni seguenti, quando si parlava troppo dell'essere giovani, si costruivano -ismi e categorie sopra a una fase della vita che è diventata presto un'astrazione, facendo perdere velocemente di vista il vero motivo per cui questa riflessione era opportunamente iniziata, e cioé la necessità di mettere in discussione forme troppo rigide di organizzazione sociale che impedivano a un giovane di pensarsi come una persona unica e irripetibile, e quindi di rischiare, di spendere la vita per qualcosa che fosse davvero desiderabile.
Quando ascolto la musica di quegli anni, ora che si può ascoltarla oltre i conflitti ideologici e generazionali, sento la genuinità e la potenza dei desideri che l'hanno generata. E ho qualche brivido, e sono contento che non siano brividi di nostalgia, anche perché in quegli anni non facevo altro che nascere e, piccolissimo, muovere goffi passi di danza, mi raccontano, al ritmo della travolgente A chi cantata da Fausto Leali.

Prima o poi andrò in California, ma se capita che ogni tanto una scheggia di California, e della California di quegli anni, capiti da queste parti, sono contento. E così è stato bello vedere il Peace&Love Show al teatro del Ponente di Voltri. Tra un reading e l'altro di Ezio Guaitamacchi (chitarrista onesto e direttore della rivista Jam), che con parole semplici ma appassionate e l'ausilio di qualche diapositiva ha raccontato l'esplosione creativa di quegli anni, e alcune esibizioni di pittura estemporanea e suggestioni psichedeliche, è comparso nientemeno che Country Joe McDonald, regalando quattro canzoni con voce e chitarra di quelle che ti arrivano fin dentro le ossa. In Italia pochi sanno o si ricordano di lui, ma in America è ancora un mito: è l'autore e l'interprete di Vietnam song, canzone che si ritrovò a cantare quasi per caso di fronte all'immensa platea di Woodstock nel 1969. All'epoca era un baffuto, occhialuto e bandanato figlio dei fiori, ora è un californiano attempato e dall'aria un po' dimessa, e i fiori li ha ancora sulla camicia da turista per caso. Ma quando mette la chitarra a tracolla e comincia a cantare trova facilmente la stessa energia di trent'anni fa. Provate a sentirlo, e mi saprete dire: le sue canzoni sono molto di più di semplici inni pacifisti. Anche quelle polemiche, anche l'ultima coniata apposta per un certo son of the Bush che evidentemente non gli sta molto simpatico. C'è qualcosa di più della rabbia e del messaggio politico. C'è quel qualcosa che vorrei andare a scoprire, o a capire meglio, in California. Perché pensare di capirlo classificandolo come documento di un tempo che fu sarebbe, lo sento, presuntuoso.

Postato da: cronachesorprese a 04/04/2005 01:15 | link | commenti (2) |
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mercoledì, 23 marzo 2005
A love to equalize

Sembra Leibniz, dice una appena l'estroso chitarrista sbuca da dietro il tendone della sala Maestrale. Potrebbe dire Vivaldi o Bach, o un qualsiasi musicista del sei-settecento che sia stato ritratto con una parrucca simile ai veri capelli dell'incredibile Tuck, ma opta per Leibniz. La chitarra di Tuck-Leibniz è una verità di ragione o una verità di fatto? Tuck and Patti sono due esseri distinti di fatto, di ragione o sono una monade senza né porte né finestre? E soprattutto, cos'è una chitarra?

Entri in un auditorium per vedere Tuck and Patti. Credi di sapere cos'è, una chitarra. Sai cosa puoi aspettarti, da un virtuoso dello strumento. Sai che userà sapientemente i pedali, il vibrato, le legature, gli armonici, sai che muoverà le dita sulla tastiera con cambi di direzione continui e talmente veloci da costringerti a muovere la testa come il gatto quando segue i rimbalzi di una palla di gomma. Rimarrai appena appena sorpreso quando capirai che uno dei giochi di tutto il concerto, complice un repertorio di pezzi più o meno standard adatti ad essere sussurrati e diteggiati soavemente, sarà farti ascoltare gradualmente gli esiti di tocchi sempre più morbidi sulle corde e sulla tastiera per convincerti che in una semiacustica da jazz ci stanno quasi più sfumature, più piani e più forti che in un pianoforte.
Poi, ascoltando anche Patti, rimarrai ammirato dalla sapienza con cui i due sanno unire voce e chitarra in un pregevole intarsio, accostando bassi, acuti e ritmi come tasselli di legno di colore diverso ma non troppo, facendo attenzione all'alternanza, al contrasto, alla saturazione. Un amore equalizzato.

Ma poi arriva il dubbio, la domanda: cos'è dunque una chitarra? Tuck si discosta un momento da Patti e ti prende da parte, come il suo sosia Leibniz auspicava che succedesse tra saggi, che nel suo mondo ideale erano politici dediti alla matematica o matematici dediti alla politica: c'è un teorema da dimostrare o una controversia internazionale da risolvere? Bene, calculemus. Si può fare, Leibniz non aveva dubbi. Allora, il teorema, la controversia è questa: cos'è una chitarra? Tuck ha uno sguardo di calma olimpica mentre tempesta tastiera, cassa e pickup, mentre calcola, applica forze diverse, scandaglia da cima a fondo l'oggetto misterioso soltanto per rispondere alla tua domanda, per risolvere il tuo dubbio. E anche se l'intensità della speculazione lo porta facilmente Over the rainbow, le risposte non tardano ad arrivare. La chitarra è un pianoforte, un flauto, un bell'assortimento di percussioni, un'armonica, una corale a quattro voci, una gallina che fa coccodé, un bastone della pioggia, un treno, un ensemble di gospel che canta e batte le mani.

Tutto chiaro? No. Rientra Patti. La chitarra, dicevamo? Chi la suona tanto, di solito, la ama. Tuck è un uomo fortunato, passa ogni sera con le due passioni della sua vita, Patti e la chitarra. Cosa dica all'una attraverso l'altra, cosa ascolti dall'altra mentre vibra insieme all'una, possiamo capirlo solo fino a un certo punto. La passione di Tuck per la sua chitarra e la sua Patti più si rivela e più si nasconde, come accade per ogni grande amore. O per una monade.

Genova, Magazzini del Cotone, 21 marzo 2005

Postato da: cronachesorprese a 23/03/2005 01:55 | link | commenti (3) |
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domenica, 20 febbraio 2005
Lontano, lontano, oltre Milano...

Poveri musicisti, pronti allo scatto come cavalli di razza sulla chorus line dello Smeraldo, in attesa dell'inevitabile trottata. Il loro aguzzino in salsa astigiana entra veloce come un pesce del baltico, accenna un inchino al pubblico e si avventa sul pianoforte con aria famelica.

Comincia a traslare morbidamente l'intero teatro 'n coppa al mistero afghano della donna d'inverno, e in breve la sala avverte lo stordimento di un vecchio sparring partner. Ormai siamo una corba di pesci da friggere. In capo a due brani è già il pieno della Comédie Contienne. Come di. Come di un verso in rima sdrucciola / che nello stomaco ti gocciola / come di / come un "between the sheets" ;-)
Da da da ddam, da da da ddam... si parte.

Canzoni vecchie e nuove si fondono in un continuo che racconta di un percorso artistico convincente come pochi altri in Italia. Se l'interpretazione di Bartali era sicuramente più trascinante una ventina d'anni fa (ma oggi, dal vivo, si arricchisce del pregio della rarità), che dire di questa verde milonga che con il passare del tempo rivela di sé molto, molto più di quanto apparisse quando cominciò a danzare tra le dita del maestro? E questa Lontano nuova di zecca non si integra perfettamente con tutto quello che è venuto prima? L'avvocato avverte forse l'esigenza di chiosare un po', di tirare qualche somma. Ma è naturale dopo oltre quaranta anni di carriera, non mi suona come una caduta, anzi. Chi un tempo si rivolgeva dal loggione alla Musica, eleggendola a complice del sogno di un'avventura con una donna irraggiungibile, oggi chiama la stessa vecchia amica a testimone di una riflessione di altro tenore: là voglio arrendermi in braccio alla musica / che chiude il discorso delle affinità...

Sarà perché, dopo averlo ascoltato per tanto tempo, a un certo punto l'ammirazione diventa affetto. Ma quest'uomo, senza dire una parola di più oltre a quelle delle sue canzoni (neanche venerdì sera, come quasi sempre: non una parola, in due ore e passa di concerto), è riuscito a creare un immaginario e un linguaggio che hanno dato prova di essere validi e vitali per due generazioni e che, attraversando asperità ed ermetismi del tutto apparenti, hanno invece un'immediatezza tutta loro. A volte difficile da spiegare, ma indiscutibile. E poiché ormai siamo sulla soglia della leggenda, penso che sia una fortuna vederlo inarcarsi sul pianoforte con scatti obliqui che sembrano la perfetta restituzione elastica della sua spinta sui tasti, o vederlo divertirsi come un bambino al vibrafono senza mai perdere misura e classe.

Beati musicisti, che si stanno godendo dall'interno del golfo più mistico che c'è il Paolo Conte di questi anni, fortunati loro che lo stanno accompagnando come ciclisti gregari in fuga in questa corsa verso la leggenda. Ognuno di loro potrebbe fare spettacolo da solo, e magari a questo pensano mentre si divertono e si estenuano. Ma il maestro è nell'anima e non possono negarlo: la loro musica parla per loro. Sì, il Paolo Conte di oggi sarà indimenticabile, forse ancora più di quello delle grandi tournée che l'hanno reso celebre in Europa.

Non m'importa di rischiare toni di eccessiva celebrazione, quest'uomo si merita di più, di più, di più, di più, di più. Anche un pellegrinaggio involontario, sulla strada del ritorno, al casello di Asti. Quando guardi in faccia una leggenda poi può anche capitare di sbagliare strada, ma quella che prenderai non potrà essere una strada qualsiasi.

Milano, teatro Smeraldo, 18 febbraio 2005

Postato da: cronachesorprese a 20/02/2005 18:55 | link | commenti (3) |
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venerdì, 10 dicembre 2004
Contiamo un po' :-)

 

il musicista di ruggine che non arrugginisce

Del nuovo CD di Paolo Conte ho sentito finora solo tre brani: elegia, sonno elefante e non ridere.
Sono sinceramente e positivamente stupito.
Un mio amico mi diceva che "elegia" non è un titolo contiano.
Vero, ma è adatto a questa roba. Non ho mai sentito un conte così lirico, quasi intimista.

Elegia l'ho sentita solo una volta ma mi è rimasta addosso, ha un andamento che è come un'onda tranquilla e regolare sulla spiaggia.
Per essere precisi: l'ho sentita, e non mi è rimasta in mente subito la musica come accade per un motivo ossessivo che martella o "pugnala" come dice Sergio Caputo. Non me la sono più cantata mentalmente per due giorni. Ma ieri, cercando i testi su internet, appena ho letto

avevo una passione per la musica
di ruggine

il motivo è affiorato immediatamente, come qualcosa di familiare e sentito mille volte. E ho pensato: bentornato, Paolo. Ma anche: quanto di bello ti è successo in questi anni per riaffacciarti così, con il carisma di Atahualpa o qualche altro dio?

Si può dire che Conte è cambiato? Eh no. Questa roba è interamente contiana. Però i matematici direbbero che ha trovato una soluzione più "elegante" per fare una nuova dimostrazione di un teorema la cui soluzione è già nota. Una via più breve ed essenziale. Che non passa, per una volta, attraverso "facce in prestito". O almeno, non nelle tre canzoni che ho sentito. Poi sicuramente, mi par di capire dai testi, "sandwich man" o "la casa del tango" sono di nuovo popolate dai suoi
rassicuranti istrioni.

Ma pensare a quanta strada è stata fatta dalla semiautobiografia di "una giornata al mare" o della fisarmonica di stradella... Dove c'è sempre una situazione o un personaggio per mediare qualcosa di sé. "Dopo il ballo domenica sera è sempre così" è detto da un viveur che ti fa sbirciare dall'oblò un momento in cui si coglie davvero l'attimo fuggente che vale una vita: non il culmine della danza nella balera, ma il ritorno che è già un po' nel riposo (verso il bagno caldo,
l'accappatoio azzurro...) ed è ancora con un piede nella velocità, nel ritmo, nel trasporto. Un momento che dice passione, musica, casa, possesso, sensualità, che dice tutto quello che Conte è o vorrebbe essere.

Oggi invece ci dice "non ridere se io cado, inciampo e faccio per andarmene". L'altra faccia (non meno lieta, beninteso) di happy feet. Io ci vedo una mezza rivoluzione.

Postato da: cronachesorprese a 10/12/2004 17:19 | link | commenti (5) |
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